Letteratura

I questa pagina si potranno trovare poesie di vari autori, spunti,riflessioni e poesie di persone della scuola.

N.B: per inviare vostre Poesie o simili: istituto.steiner@gmail.com , verranno messe in questa pagina in originale, SENZA ALCUNA CENSURA e/o MODIFICA (QUINDI NO ESTREME VOLGARITA’)

-Testi:
(scritto nell’anno scolastico 07/08 per sollevare un problema che giace irrisolto, che è stato risollevato nell’assemblea del 18feb09, inoltre un ottimo e superbo esempio di capacità linguistiche)

Chi ha licenziato quel po’ della nostra anima?

Undici anni fa ho ricevuto la mia rosa.

Dissero il mio nome, fui la prima, mi alzai e andai timorosa verso quell’ometto tanto buffo, che poi scoprii essere il mio Maestro, colui che iniziò la mia anima e le insegnò a vivere in terra.

Fu esattamente in quell’istante che capii di non esser giunta lì per caso. Nell’attimo in cui mi diedero la rosa compresi , seppur in modo inconscio, che avrei dovuto conservarla con amore e dedizione, per darla ai molteplici “noi” di un incerto poi.

Ho dato continuità a questo mio pensiero, cercando di manifestare sempre più concretamente la mia voglia di partecipare alla vita della nostra piccola tana dai muri rosa e le scale a chiocciola.

Così, alla fine dell’ottava, dovetti scegliere dove percorrere gli anni a venire e, con non poca esitazione, la mia decisione fu di rimanere.

In realtà, all’epoca, non desideravo che uscire da questo mondo, allontanarmici un pò per respirare ciò ch’è fuori; un’unica forte motivazione mi spinse a restare, il Maestro Alberto.

Egli non tentò di convincermi in alcun modo, né provò a forzare la mia decisione; decisi di restare perchè quei miei otto anni erano valsi a qualcosa. Fu, infatti, in questo lasso di tempo che io imparai cosa significasse frequentare la nostra scuola, che non appariva normale e che, anche realmente, non lo era affatto.

Non saprei neanche spiegare perchè qui le cose vadano in modo diverso, forse perchè a sei anni suonavamo lire e flauti, ridendo beati, com’è dato fare soltanto ai bimbi; o magari perchè a dieci anni vivevamo nella convinzione d’essere eroi della Grecia antica e, appena quattordicenni, cantavamo sotto le stelle in un’isola incantata. Già, forse per tutto questo la nostra non è una scuola nella norma, se poi di norma posso permettermi di parlare.

Ho imparato che davvero questa scuola altro non è che una comunità di persone, che fanno della diversità la propria arma di cofronto e condivisione. La scuola siamo noi, sempre le stesse facce, sempre le stesse anime; a qualcuno potrebbe sembrare noioso, ma io riesco a commuovermi ogni giorno..

Per questo ho deciso di fidarmi e di continuare il mio viaggio, ancora sulla nostra barca, che sembra acciaccata e lenta ma che, sfidando il vento, è arrivata là dove il cielo bacia il sole in un soffio.

Iniziai a frequentare il nostro liceo, che tutti dicevano ispirato ai metodi delle scuole statali e quindi privo della nostra pedagogia, e sorrido, ora, nell’affermare quanto costoro sostenessero il falso.

Ammetto di non aver mai prequentato licei pubblici, ma ritengo di essere abbastanza preparata per parlare del nostro.

Fu quello che feci, qualche anno fa, insieme ai miei compagni. Parlai. Parlammo. Quel giorno tentammo di spiegare ai quei genitori che se la loro ricerca mirava verso UN liceo questo non era certamente il posto adatto, spiegandogli che il nostro è IL liceo. Essi, però, faticavano a credere alle nostre parole, forse precedentemente persuasi da altre tesi. Non so chi effettuò la suddetta opera di convincimento sulla bruttura del nostro liceo, ma a chiunque sia il suo artefice vorrei personalmente fare i miei più sinceri complimenti per metodi persuasivi, i quali avranno l’unico fine di annegare la nostra scuola nel passato, impedendole di muoversi nel cielo del domani.

Il liceo è, senza obiezione alcuna, parte integrante nella crescita di individui che si accingono a divenire uomini e donne, grandi nel loro piccolo spazio di mondo, perciò mi domando quali siano le motivazioni che spingono questi ultimi ad opporsi ad esso.

Ordunque, perchè coloro che in passato mi hanno spronata a credere nella bellezza e nell’armonia della nostra scuola, oggi la uccidono, allontanando chi, non soltanto è parte della scuola, ma ne è addirittura l’anima?

Mi ricordo Anna de Santis in Umbria, durante la prima gita con la mia classe alle elementari; la ricordo sorridente.. A dire il vero il suo volto ha sempre ospitato sorrisi.

Mi ricordo Claudia Giovannini, che veniva in classe a controllare non avessimo pidocchi, altrimenti erano guai! Ricordo che stavo male ed è stata lei a farmi sdraiare e a coprire la mia paura con un plaid caldo.

Mi ricordo Laura Rossi, unica gemma nel suo mestiere, consistente nel trasmetterci il suo amore in ciò che faceva e, se anche dicessi che lo faceva divinamente, so che sarebbe ancora troppo poco.

Mi sono chiesta per quale motivo nei corridoi della scuola non vi siano più i loro volti, perchè il loro ricordo pare celato in uno scrigno, ma non riesco a concepire una risposta soddisfacente, pur sforzandomi.

Non comprendo molte cose, non capisco perchè chi ha donato bellezza è stato esonerato dal compito di continuare a farlo, semplicemente vivendo con noi, qui; non conosco i volti di chi ha deciso che tali licenziamenti, avvenuti peraltro in modo oltremodo offensivo e vergognoso, dovessero avvenire e non capisco perchè la scuola è divenuta ciò che ora è.

Colui che mi disse che la scuola siamo noi, le solite facce, i soliti giovani e i soliti “grandi”, mentì; se ci fosse della veridicità in questo valore, la scuola non avrebbe allontanato persona alcuna, perchè io non sarei stata concorde nel farlo e, con me, molti altri, facenti parte concretamente della nostra scuola. A noi non hanno chiesto pareri in merito a tali questioni, ci hanno privato di un pezzetto della nostra anima e basta, contenti ipocriti mentori che passeggiano sussurrando, a tono ormai quasi impercettibile dalla vergogna, “la Steiner siamo noi!”.

Il giorno in cui mi diedero quella rosa feci a me stessa la promessa di credere sempre in quello che è la Steiner, non intendo in alcun modo tradire nè il mio passato nè il futuro di chi verrà, per questo m’impegnerò a capire perchè e chi si sta permettendo di strapparmi il cuore senza nemmeno mostrarmi i suoi occhi.

La Steiner è qui e, anche se non ci crederete, anche noi del liceo ci siamo, prendere o lasciare, non saremo certo noi ad andarcene.

Volente aprire quello scrigno.

Ambra Quarella, XI scientifico

-Poesie:

Gioconda Belli/ Non mi pento di niente

Dalla donna che sono,
mi succede, a volte,
di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;
donne garbate, laboriose, buone mogli,
esempio di virtù,
come mia madre
avrebbe voluto.
Non so perchè
tutta la vita
ho trascorso a
ribellarmi a loro.
Odio le loro minacce
sul mio corpo
la colpa che le loro vite
impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti di nascosto
del marito,
del pudore della sua nudità
sotto la stirata e inamidata biancheria intima.
Queste donne,
tuttavia, mi guardano
dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere “la brava bambina”, essere la “donna decente”,
la Gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato,
dagli amici,
dalla famiglia, dai figli
e da tutti gli esseri
che popolano abbondantemente
questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere
e quel che è,
ho combattuto numerose
battaglie mortali,
battaglie a morsi, loro contro di me
- loro contro di me che sono me stessa -
con la psiche
dolorante,
scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me
che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo
perchè non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,
perchè oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste,
di uomini belli
e di parole giocose
Perchè, adulta, ho osato vivere l’infanzia proibita
e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore d’ufficio,
ho rotto vincoli inviolabili
e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:
ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,
appena apro gli occhi,
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,
rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me,
sedute nel vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.
Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna fatta, piena,
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi,
che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere


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